No Time to Die – l’addio di Daniel Craig

Cary Fukunaga dirige e completa una saga imperfetta ma iconica, con alti e bassi che nel corso di cinque pellicole hanno regalato momenti unici per uno dei personaggi più simbolici e immortali del grande schermo.

L’ultima fatica di Fukunaga incarna alla perfezione lo spirito di uno 007 umano, pieno di demoni, introverso e fragile che trova il senso di tutto in una nuova vita. No Time to Die è quello che Endgame è stato per il Marvel Cinematic Universe, una conclusione non impeccabile ma emozionante, voluta e necessaria. Il finale di una saga di film che hanno segnato il James Bond più credibile di sempre.

Creare dei film collegati e non sconnessi, come era prassi del franchising, ha dato modo di poter costruire poco per volta l’immagine di un uomo duro, senza scrupoli, che non conosce altro che morte, senza legami. Interpretato magistralmente da Daniel Craig, il personaggio ha scavato pellicola dopo pellicola dentro di sè, fino a rivelarsi a se stesso e soprattutto alle donne che ha amato.

Tecnicamente il regista mostra la sua potenza nelle scene d’azione, apprezzatissima la sequenza in cui la visuale segue spalla spalla 007, salendo una scala, senza tagli tra fumo, proiettili, granate e combattimenti, ricordando molto la famosa scena di True Detective. La durata della pellicola non si fa sentire, azione e dialoghi sono bilanciati in modo ottimale, questi ultimi a volte cadono nello stereotipo e nel banale ma senza danneggiare il film.

L’emozionante finale, forse prevedibile, tocca l’anima di tutti i fan, ricordandoci un percorso iniziato da 15 anni e arrivato alla conclusione dando la rampa di lancio a una saga che ora necessiterà di un reboot totale.

Intanto ringraziamo 007 per questo fantastico percorso.

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