Ci sono dei registi che non riescono a smettere di produrre arte, sono vasi di pandora che rilasciano emozioni e storie senza tempo che toccano apici sempre differenti. In oltre cento anni di cinema sono stati pochissimi questi registi, forse si contano sulle dita di una mano. Noi abbiamo l’immensa fortuna di vivere in un epoca in cui ci è possibile andare al cinema a vedere le opere di uno di questi grande autori che non riesce a smettere di stupire. Martin Scorsese.
Dopo quattro anni dal suo ultimo (e altro) capolavoro The Irishman, il buon Martin torna sul grande schermo con Killers of the Flower Moon, come se non bastasse il suo ritorno a creare l’attesa, imbastisce il soggetto con i suoi due attori feticci più amati, due leggende viventi, Di Caprio e De Niro. Affiancati da una Lily Gladstone incredibile che non sfigura mai nonostante la continua presenza dei due mostri sacri. Una produzione perfetta, una sceneggiatura raffinata e una fotografia impeccabile. Il ventiseiesimo lungometraggio del maestro dipinge arte su ogni angolo dello schermo.

Siamo lontani dallo stile Scorsesiano classico, siamo vicini a capolavori meno conosciuti e in secondo piano. Non aspettatevi l’ironia a cui siamo abituati in molti suoi film, qui non ne trovate. Martin, a ottantuno anni riesce a cambiare il suo cinema e innovarsi. Una pellicola più sofferente, diversa, colma di male e di bene su due piani differenti. Ben distaccati. Se in molte sue produzioni il bianco e il nero si mischiavano per creare antieroi pieni di contraddizioni qui troviamo un protagonista, magnificamente interpretato da Leonardo di Caprio che è il vigliacco per eccellenza.
Un vigliacco che vorrebbe e crede di essere buono e giusto ma in realtà è meschino e cattivo, e lo sarà fino alla fine dei suoi giorni. Perfino di fronte a un’ultima prova, un’ultima speranza di essere una persona migliore, di essere coraggioso, dire la verità e affrontare le conseguenze lui è un vigliacco. Robert De Niro è Hale, lo zio, incarna il male assoluto, il male che governa i vigliacchi portandoli a distruggersi e a distruggere.

Tramite riprese raffinate e cambi di scena sublimi, Scorsese mostra una comunità che viene decimata dall’avidità e dal capitalismo, una storia vecchia di cento anni ma ancora viva e presente. Una denuncia al sogno americano, pagine scure che spesso vengono dimenticate. Il merito di tale potenza visiva è nella narrazione del personaggio principale. Ernest, il vigliacco non riesce mai a disobbedire a un ordine diretto dello zio, vive di sogni, di promesse fatte con la consapevolezza di essere effimere. Tra tutte queste menzogne, nonostante lui ami sua moglie Molly, arriverà solo a farle del male.
L’ultima sequenza è talmente elaborata e sofisticata che servirebbe un’apposita analisi approfondita, per cui non mi soffermo, sappiate che il cineasta qui supera sé stesso.
Un nuovo capolavoro targato Scorsese, da vedere al cinema contro ogni pregiudizio sulla durata, perchè come lui stesso ha detto: “ve ne state seduti sul divano, davanti alla tv, per ore e ore di bingwatching, che differenza c’è tra questo e starvene seduti su una poltroncina, per tre ore, davanti al grande schermo.”