Hyperion – La saga epica che rischiamo di perderci

Alla fine di un percorso è buona cosa fermarsi un attimo, guardare indietro, ricapitolare quello che ci ha portati a quel punto, in quel momento, essere grati, voltarsi e ricominciare a camminare con una consapevolezza maggiore. Una regola che dovremmo darci su gran parte delle cose, piccole o grandi che siano.

Un’amicizia che ha sempre parlato con nostalgia della collana Urania, Il Corriere della Sera che ha preso questa fantastica iniziativa di ripubblicare i primi venticinque numeri dell’epoca, un’altra amicizia che propone al club del libro l’uscita numero cinque come lettura del mese. Unire tutti questi punti mi porta a essere grato perché mi stavo perdendo Hyperion.

Un romanzo che mi è entrato nel cuore, un epopea enorme ambientata in periodi temporali giganti, eppure narrata durante un pellegrinaggio di qualche giorno. Una storia con dentro sei storie che a loro volta hanno dentro altre storie, tutte legate e tutte slegate tra loro ma con un unico obiettivo, le tombe del tempo.

La sinossi di Hyperion è molto semplice, sette persone sono chiamate a compiere un pellegrinaggio sul pianeta che dà il nome al romanzo, ognuna con una storia e un motivo differente ma in qualche modo legate al misterioso e antico pianeta. Il gruppo di pellegrini deve raggiungere un luogo considerato sacro chiamato le tombe del tempo.

Sinossi semplice ma sviluppo complesso, stratificato, denso. I protagonisti, per conoscere gli altri pellegrini raccontano a turno la storia che ha portato il loro destino nello stesso luogo. Ogni racconto è diverso, cambia genere, cambia tematiche, cambia fede, religione. Cambia perfino tutto quello che eravamo convinti di conoscere arrivati alle ultime pagine.

L’universo creato da Dan Simmons è incredibile, atmosfere di ogni genere, idilliache, infernali, cyberpunk, spaziali, famigliari, sentimentali, religiose e poetiche. I personaggi hanno un passato voluminoso, denso come il miele e profondo come un oceano. Nel mezzo del viaggio principale verso le tombe, i pellegrini si lasciano trasportare dai racconti, perdendosi nelle vite degli altri e noi con loro. A ogni storia conclusa, il ritorno alla realtà è quasi traumatico. Giustifichiamo, empatizziamo con il narratore di turno, chiunque esso sia, ci sembra di aver letto un libro dentro al libro.

L’universo di Hyperion funziona, l’autore ci spiega il necessario e lascia alla nostra mente la libertà e la capacità di capire il resto. Tutto scorre come olio.

Protagonista assoluto: il tempo. In una visione universale in cui il tempo è da calcolare alla lettera a causa dei lunghi viaggi spaziali, i protagonisti meditano e vivono quello che sembra essere la fine del “loro” tempo.

Tempo che non si ferma mai, anzi piuttosto va a ritroso.
Tempo che passiamo in vite talmente intense che diventiamo noi stessi lettori dei pellegrini.

Un finale che anche senza un volume due sarebbe perfetto perchè per un pellegrino quello che conta non è l’arrivo ma quello che prova durante il viaggio.

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