Il caro vecchio Scott ci sa ancora fare

A quattro anni di distanza dal suo ultimo lungometraggio, Ridley Scott torna sul grande schermo cimentandosi con un genere a lui ben noto, muovendosi in una palude rischiosa ma che conosce bene. Un ritorno che riporta in vita anche un genere spesso tralasciato, dimenticato e banalizzato negli ultimi anni. Scott cerca un sentieri diverso in un territorio già solcato. E ci riesce.

Ispirandosi a Rashomon, capolavoro del 1950 di Akira Kurosawa, Scott ci porta dentro a un racconto, narrato da tre diverse voci e prospettive. Ci chiede un impegno che solitamente i suoi film non chiedono, la pazienza e l’attenzione ai piccoli dettagli. Ogni storia ripercorre la stessa linea temporale, nonostante le situazioni e gli incontri tra i protagonisti siano spesso gli stessi, a seconda del narratore, cambiano piccole parole, sguardi, azioni, la loro inclinazione e i loro mittenti. Un piccolo soffio cambia totalmente il punto di vista. Le sfumature fanno da padrone per tutta la visione.

La pellicola da voce a un grido che fino a qualche anno fa (e spesso ancora oggi) non è mai stata ascoltato. La voce delle donne nella società di allora come oggi. L’incapacità del maschilismo di non capire e di ergersi al di sopra di generazioni femminili che hanno vissuto nel terrore e nel silenzio. La contraddizione tra vivere e parlare, la denuncia, un discorso che la bravissima protagonista, Marguerite de Carrouges (Jodie Comer) esprime parlando più con sé stessa che con il marito (Matt Damon) durante il suo racconto.

Sviluppati in modo formidabile i diversi punti di vista, sul finale, durante la visione della protagonista femminile, oltre a capire lei, capiamo anche gli altri due punti narrati in precedenza. Il (vero) rapporto con il marito, le popolari e assurde credenze religiose del tempo, il rapporto con l’amico e le dame di corte. L’ingenuità del presunto stupratore (Adam Driver), convinto che il suo unico peccato sia stato di giacere con una donna sposata e per di più di un suo amico. Tutti gli attori rendono giustizia ai ruoli, Comer sotto i riflettori, Driver spicca, Affleck e Damon sorprendono.

Tecnicamente il film è di altissimo livello, realizzazione storica impeccabile, costumi fantastici, atmosfera immersiva, si annusa l’odore di strade e fango del XIV secolo. Regia Scott che più Scott non si può, scene di battaglia e duello finale fuori dagli schemi. Si tocca con mano la ricerca sempre più assidua, del realismo da parte del regista. Montaggio iniziale frenetico, ma scusato, da una sceneggiatura necessaria al racconto dell’indispensabile. 153 minuti che non annoiano.

The Last Duel è una pellicola da vedere, storica e presente inoltre, Ridley Scott sembra essere tornato quello di una volta.

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