Ogni anno Milano, dedica gli ultimi 10 giorni di Settembre al cinema, proiettando in tutta la città, anteprima di pellicole che partecipano a Venezia, Cannes e altri importanti festival. Quest’anno purtroppo sono riuscito vedere solo un film tra tutti quelli che avrei voluto. Capita di rado di entrare al cinema con ottime aspettative e uscirne con un risultato che le ha superate tutte. Last Night in Soho lo ha fatto.
Last Night in Soho è un capolavoro di genere. Quale genere? Un genere che Edgar Wright reinventa, omaggia, ispira, plasma e conferma. Nonostante la narrazione sia binaria, l’ultima fatica del regista tocca i vertici della sua (attuale) carriera, consacrandosi come un cineasta che pur sperimentando tiene sempre le redini della sua opera e ne conduce ogni istante con una consapevolezza innata.

Wright affronta molti temi, il doppio, il ruolo della donna nella società, la trasformazione forzata che quest’ultima ha su ognuno di noi, maschilismo, passato e presente. Tutto sotto una lente horror-psicologico dove realtà e sogni si fondono viaggiando fino agli anni 60.
Ogni notte Ellie si addormenta nel suo letto, sognando (o forse no) la vita di Sandie, una ragazza che ha vissuto nella sua stessa stanza a Soho, quartiere di Londra, decenni prima di lei. La messa in scena degli anni 60 è un impeccabile esplosione di colori e luci, dove l’apparenza fa da padrona. Locali eleganti, orchestre e donne con vestiti appariscenti sono all’ordine del giorno. Giocando con inquadrature perfette il regista scambia continuamente le due attrici, inoltre Ellie spesso la vediamo nei riflessi, come spettatrice (insieme a noi), di quella che sembra essere la vita perfetta di Sandie. Ma la società non risparmia nessuno.

Questa premessa ci catapulta in un viaggio di tensione crescente, un salita continua verso una meta apparentemente chiara, ma che spiazza e fa riflettere su chi o cosa sia il cattivo. Edgar Wright vive tra montaggio e musica, dopo Baby Driver questo film lo dimostra ancora di più. Una selezione di classici anni 60 fanno da contorno a sequenze formidabili, tanto da riuscire a creare alcune scene di altissima tensione mentre ascoltiamo tracce spensierate di un’altra epoca.
Le due attrici sono talmente brave che al posto di fare a gara, formano una squadra, facendosi assist e creando performance magnifiche. Avendo avuto la fortuna di vederlo in versione originale, ho potuto gustarmi le interpretazioni dei due talenti vivendo ogni emozione proveniente dallo schermo.

Gli omaggi ai classici del genere horror ci sono tutti, senza mai abusarne, Wright, riesce a inserire elementi che sarebbero potuti essere ridicoli o già visti, mostrandoli sotto una nuova luce e perfettamente in sintonia con le atmosfere della pellicola. Quando ci sembra che stia per arrivare al limite entra in gioco qualcosa che rende tutto “credibile”. Un horror psicologico che trascende il genere toccando la drammaticità sociale della nostra epoca.
Grandissimo film.