Pastorale Americana non è il racconto di una famiglia, non è nemmeno uno spaccato di vita, non segue le vicende di nessuno ma le narra, non cerca di spiegare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ti spinge sull’orlo dei tuoi pensieri più profondi e filosofici senza farti cadere, tenere l’equilibrio è questione di casualità.
Philp Roth parte con una penna incredibile fin dalle prime pagine, trascinandoci in un vortice chiaro e deciso sul piano immaginifico, ma persi sul piano narrativo. non capiamo subito cosa lo scrittore cerca di trasmetterci e alla fine del romanzo quando inconsciamente crediamo di capire perdiamo totalmente il filo, costringendoci a ragionarci per molti giorni. Senza necessariamente arrivarci.
Roth con tutta la calma necessaria, partendo dal suo elter-ego e una casuale coincidenza, racconta di questo vecchio compagno di scuola, perfetto, bello, alto, muscoloso, bravo negli sport. Incontrato decenni dopo l’età adolescenziale, questo famigerato “Svedese” sembra avere avuto la vita perfetta che tutti avrebbero previsto per lui. Perfino il nostro (doppio) scrittore lo crede e lui più di tutti dovrà ricredersi, perché la Pastorale, americana o quel che sia, semplicemente non esiste.
Lo Svedese nella sua falsa ma autentica integrità, attraversa dei traumi senza mai perdere la testa, rimanendo (o cercando di rimanere) l’uomo perfetto che è sempre stato. Senza dire altro sulla trama, mi sbilancio solo nel sottolineare che l’intera questione non lascia niente per scontato o senza una motivazione o pensiero, Roth approfondisce con poca ma pura luce il passato della moglie, della figlia, del fratello e del padre. Un romanzo difficile da spiegare perché sottile come un filo da pesca e introspettivo come il vuoto che lascia.
Roth prende un martello e rompe (senza distruggere) l’immagine idilliaca della pastorale americana. Un Capolavoro.