Steven Spielberg torna con il suo grande cinema a parlare di grandi sogni e di grandi famiglie. Questa volta la famiglia rappresentata è fortemente autobiografica, gigante come il suo autore.
Il tema affrontato non è di certo nuovo al noto cineasta, gran parte delle sue opere mettono in scena la pastorale americana per poi scrutarne anche i lati negativi. In The Fabelmans Spielberg porta la sua vita sul grande schermo.
Senza paura ma piena di paure.

Sammy, il protagonista della pellicola ha una passione per il cinema, rimasto folgorato dalla spettacolarità degli effetti speciali, fin da piccolo filma piccoli video in cui cerca di simulare quello che vede sul grande schermo. Spinto da una madre sognatrice ma ancorato da un padre metodico, l’alter ego di Spielberg cresce seguendo il suo sogno.
Un sogno che spesso viene visto come un hobbie e non come qualcosa di concreto da toccare, da rincorrere e ghermire. Sammy affronta la vita tra studio e passioni, tra amore e odio. La messa in scena dell’autore è tanto semplice quanto complessa. Una pellicola che cambia prospettiva e visione analitica su tutti i fronti. Una lettera d’amore al cinema, una dedica alla famiglia, un viaggio introspettivo sul chi siamo, una domanda sulla felicità e i sacrifici per raggiungerla, un grido di aiuto silenzioso.

Tecnicamente non c’è nulla fuori posto, tutta la mano dell’autore è presente in ogni scena. La Williams è straordinaria come sempre, due delle sequenze migliori infatti godono della sua incredibile espressività. Il resto del cast è sempre all’altezza, il giovane protagonista riesce e sembrare davvero il Steven teenager che abbiamo visto nei documentari e nelle foto d’epoca.
Il finale è straordinario, un semplice dialogo, un confronto e un consiglio non su cosa mostrare ma su “come” mostrarlo. Saper raccontare una storia è più importante della storia che stiamo raccontando.
Grazie Steven.