The Whale – Il ritorno di Aronofsky e la rinascita di Fraser

Tratta dall’omonima p.s. teatrale, la nuova opera di Darren Aronofsky mette in mostra il dolore, la solitudine, la sofferenza, il rimpianto e l’abbandono dentro una singola stanza. Il soggiorno di Charlie. Un uomo tanto semplice quanto complesso che cerca di riavvicinarsi a una figlia piena di rabbia e risentimento.

La prima cosa che salta all’occhio è la performance mastodontica di Brendan Fraser, che ritorna sulla scena dopo un parziale ritiro per urlare una sofferenza che sicuramente ritrova nel personaggio che interpreta. Charlie, un uomo che soffre di obesità a causa di una grave perdita, vive da solo in una casa quasi onirica. Fuori dalle finestre vediamo poco. Nebbia, pioggia e cielo grigio nascono il resto del mondo. Riceve qualche visita per assistenza e qualcuna inaspettata. Pochi personaggi ma ben delineati. L’incontro cruciale è con la figlia, da lui abbandonata in giovane età. Finita la pellicola contiamo cinque attori che calcano il set con performance da fuori classe. Sadie Sink conferma il suo talento con un’interpretazione fantastica.

Charlie vive e convive con il suo senso di colpa, con il suo rimpianto e con la solitudine. Insegna online, tenendo rigorosamente spenta la sua webcam. Sa di essere disgustoso e di mettere a disagio la gente. Non vuole curarsi, aspetta semplicemente la morte. Convinto di avere fatto nella vita solo una cosa giusta: sua figlia. Il rapporto tra i due è il tema principale del film ma andando a scavare, troviamo tormenti e amore nella complessità nascosta dei suoi protagonisti. Liz, l’infermiera che lo cura quotidianamente, Thomas, un ragazzo che capita per caso nella vita di Charlie dal passato incerto e dalle idee fanatiche.

Dal senso di colpa alla convinzione di deludere gli altri, la pellicola viaggia su differenti binari, portando domande e mai risposte, dubbi e non certezze. Charlie crede davvero che le persone siano incapaci di non amare? Oppure lo spera? Darren Aronofsky gira con maestria marcando il suo stile, isola lo spettatore dal resto del mondo, come succedeva in Mother. Mostra le sofferenza della solitudine come in The Wrestler e le ripercussioni che può avere sul nostro corpo come in Requiem for a Dream. Differenza sostanziale è quel briciolo di speranza che ci lascia con la sequenza onirica finale.

Un film che non cade mai nel banale, una messa in scena facile ma profonda rispecchia perfettamente la prima immagine che vediamo: un uomo di oltre duecento chili che si masturba e volenti o no, ci disgusta. Appena facciamo un passo oltre l’immagine, alla fine dei 117 minuti, vorremmo solo abbracciare Charlie e dirgli che lui è speciale, è perfetto.

Bentornato Brendan!

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